Una bella giornata era nata già da qualche ora quando arrivai a Sulmona, belle luci, bel viaggio comodo e un incontro al buio che prometteva intellettuali (poco) e lussuriose (molto) memorie future. La stazione brulicava di finlandesi bionde e hakkinen, di tedesche poco schumacher e di slave molto herzigove: un buon presagio sicuramente, pensai.
Ero sereno, libero e affamato anche e cercai lo snackbar della stazione per farmi un buon panino e dell’ottima coca.
Mangiato e bevuto feci per tornare verso la biglietteria per procurarmi anzitempo il biglietto per il ritorno, in modo da poter contare su un budjet libero da costrizioni, da spendere durante la permanenza.
A un tratto mi parve che l’intensità della luce dentro e fuori dalla stazione si andasse affievolendo; in realtà, capii successivamente, questo fenomeno stava avvenendo dentro di me.
La vidi per caso, mentre ero quasi in biglietteria. Era posizionata fra gli sportelli e l’uscita ed era l’unica persona che sembrava aspettasse qualcuno, in quel momento.
L’oscurità si fece più intensa quando la guardai direttamente, e lei fulminante disse “franco!”. Fu il principio del buio più profondo, che avrei vissuto da lì in poi.
Sovrappeso? Si.
Ma anche butterata, con due porri sul viso che non volli collocare esattamente, i capelli neri e radi (eredità di un esaurimento nervoso), le sopracciglia a punta e la pettinatura da mortìsia. Ed era bassa. Era La Negazione, un dispetto divino, credo una punizione per la mia troppa fiducia in quell’incontro.
Faceva paura e ho pregato.
Vivevo a tastoni quando poi mi sorrise, a quel punto era così buio che misi gli occhiali da sole…
I saluti di rito scivolarono via decorosamente e c’incamminammo verso la sua auto, nera come lei. Dentro di me pensai “la mettiamo sulla letteratura e tra due ore sono sul treno”.
Avevo un po’ paura però, di me..sudavo e uscendo dalla stazione vidi un’anziana signora che mi parve bellissima, nell’aria sembrava non ci fossero né odori né profumi, mentre mortìsia mi portava via.
Sulmona città: il centro, l’arena e via Manzini, piazza crà.
Incredibili i paradossi della vita, incredibile la mia tremarella:
cercai di bere fin da subito, solo che sembrava che l’alcool si volatilizzasse prima di averlo ingurgitato e non riuscivo ad ubriacarmi.
Era brutta. Di un brutto vero.
La sua risata gutturale e soffocata, e c’era odore di urina in giro fra i miei pensieri.
Ero appena arrivato..
Andammo a cenare presso un ristorante etnico dove un piattone di arrosto insipido e una caraffa di caipiroska mi lasciarono talmente indifferente da farmi comprendere chiaramente che si, stavolta me l’ero proprio cercata.
Il primo vero scricchiolio emotivo giunse durante la pausa pipì in cui, guarda caso, ci ritrovammo nell’antibagno. A quel punto spinsi quella mole nella zona riservata alle donne e in men che non si dica si abbassò i pantaloni e si appoggiò al muro mostrandomi un culo enorme anzi due; non disse nulla ed era unta fra le natiche da una crema bianca che sembrava stucco. Non so prchè ebbi un’erezione, non lo so davvero, forse perché la luce si spense. La penetrai lì, al buio.
Al buio sentivo questa caverna famelica gocciolante avvolgere il mio guerriero tradito ma non me ne venni affatto.
Uscimmo dal cesso.
La mia anima era già fottuta da anni ma qualcosa mi disse, in quel momento, che purtroppo si poteva andare oltre. Delirio.
Tornati in auto stappai una ceres che precipitò nel mio stomaco come una secchiata, mentre la mole mi portava verso il lago per fare due passi. Glielo vietai velatamente e le indicai una strada di campagna: avevo deciso di scendere tutte le scale verso la stanza delle torture, dove mi aspettava la peggiore delle mie esperienze sessuali.
Le sue tette porose scavalcavano un reggiseno avvilito e i due capezzoli mi puntavano minacciosi.
Aveva una sorca!
Non una passerina, o una fessuretta o una boccuccia: ella aveva una sorca.
Mi feci coraggio e tolto il respiratore immaginario tuffai la mia bocca fra quelle colonne d’ercole che erano le sue cosce; trovai ad aspettarmi l’antro rugoso e peloso che avevo percepito un’ora prima nel bagno. Se ne venne con delle manate vere e proprie e mi ritrovai subito dopo a cavallo d’un ippopotamo col mio guerriero che spergiurava e mi rivolgeva pulsanti conati di vendetta. La trombai. Trombai per la prima volta un forno a legna.
Intanto mi sfiguravo e quel buio solo accennato durante il pomeriggio assolato mi intaccava ormai le carni.
Me ne venni porca miseria, venni dappertutto senza riuscire a centrare nemmeno un lembo dei sedili; e caddi all’indietro.
Non ero più io, non ero neanche lì: mi sentivo male.
Era tutto vero.
Il ponte sull’astrico cadde fragorosamente sotto il peso del mio gesto ma il paradiso degli orchi sorrise soddisfatto. Il mio angelo custode scoreggiò soddisfatto anche lui.
Io invece gracchiavo qualcosa e spegnevo mentalmente le vocine furiose che mi prendevano per i fondelli nella maniera più acida e sprezzante.
Al ritorno in città, nelle vie del centro, zoppicavo. La gente per strada ghignava e si faceva il segno della croce al mio claudicante passaggio: dovevo avere un’espressione soprannaturale. Mi odiavo e mi compativo.
Tentavo di contemplare le bellezze cittadine ma vedevo bagdad bombardata.
Caipiroska ancora, ceres becks: niente da fare, dovevo vivere lucidamente la disfatta.
Rotolai verso la stazione, gibollato, incerottato nel cervello e col pisello oleoso e martoriato.
E volle salutarmi. Mi diede l’estrema unzione con una sbavusciata agra;
una sorca buia con due occhi porcini e una pelle di varano stava di fronte a me con dei cuoricini conficcati nel cranio e l’intenzione di rivedermi.
Feci un sorriso sdentato e salii sul treno.
Silenzio e riflessione:
seduto sul sedile vicino al finestrino guardai l’alba di un nuovo giorno, non sapevo quale. La luce tornava a splendere e cercai di farla penetrare anche dentro di me, iniziando a scrivere una storia assurda sul mio diario di viaggio.
La liberazione definitiva fu la doccia, casa mia, il gp di imola in tv:
con le ragazze di internet
mai più.

P.S.:
cosa avrei potuto fare?
Beh, ciò che avrei dovuto:
mollarla seduta stante e tornare subito a casa, o meglio ancora avrei dovuto far finta di nulla vedendola per farmi un giro solitario e piacevole per le vie di una città che non conoscevo.
E invece mi lasciai trascinare dagli eventi, mi feci coraggio mi feci del male volendo approfondire l’introspezione, volendo capire fino in fondo la lezione:
dovevo imparare e convincermi, dovevo vaccinarmi del tutto.
E lo feci.
L’uccello ebbe ragione per l’ultima volta: fu sorprendente iniziare a ragionare con la testa, da allora non ho più smesso.
NB: LE RAGAZZE IN CARNE NON HANNO NESSUNA COLPA, Né QUELLE BRUTTE E NEMMENO QUELLE BUTTERATE: LO STRONZO SONO IO.